Sla, 14 ore di attesa al Pronto Soccorso: la ASL di Cagliari chiede scusa e avvia un’indagine
“Nessuno, e soprattutto una persona tracheostomizzata, deve attendere 14 ore in Pronto Soccorso”. Con queste parole il direttore generale della ASL di Cagliari, Aldo Atzori, interviene sulla vicenda del malato di SLA che nei giorni scorsi ha atteso per oltre mezza giornata al Pronto Soccorso dell’ospedale SS Trinità, un caso che ha suscitato forte indignazione nell’opinione pubblica e acceso il dibattito sulle condizioni dell’assistenza sanitaria ai pazienti più fragili. Sull’accaduto, nella giornata di ieri, era intervenuto il Consigliere regionale di Fratelli d’Italia, Alessandro Sorgia.
Il manager dell’azienda sanitaria ha rivolto le proprie scuse al paziente e ai suoi familiari, definendo l’episodio “inaccettabile”, annunciando l’avvio immediato di un audit interno per ricostruire quanto accaduto.
“Ho letto con dolore la vicenda raccontata dai giornali e desidero esprimere la mia vicinanza al paziente”, ha dichiarato Atzori, sottolineando la necessità di fare piena luce sull’accaduto e di adottare misure affinché episodi simili non si ripetano.
Nel suo intervento, il direttore generale ha però voluto allargare lo sguardo oltre il singolo caso, illustrando le azioni che la ASL sta mettendo in campo per affrontare il problema del sovraffollamento nei Pronto Soccorso e migliorare la presa in carico dei pazienti con patologie ad alta complessità.
Tra gli interventi già avviati figurano il potenziamento dei posti letto destinati all’osservazione breve, l’attivazione di percorsi di dimissione protetta e l’apertura di nuovi ambulatori territoriali di prossimità, come quello recentemente inaugurato nel quartiere di Sant’Elia. L’obiettivo, ha spiegato Atzori, è ridurre la pressione sui servizi di emergenza-urgenza e garantire risposte assistenziali più appropriate direttamente sul territorio.
Particolare attenzione sarà inoltre dedicata alla formazione del personale sanitario. Per la ASL, pazienti affetti da SLA e persone tracheostomizzate necessitano di percorsi assistenziali specifici che prevedano una presa in carico immediata, ambienti dedicati e operatori preparati nella gestione delle loro condizioni cliniche.
“È prima di tutto una questione di umanizzazione delle cure”, ha evidenziato il direttore generale, rimarcando come la risposta sanitaria non possa essere misurata soltanto in termini numerici, ma debba tenere conto della vulnerabilità dei pazienti.




























