Ristorazione in Sardegna, non si trovano i lavoratori. Quali sono i motivi?
Il lavoro nel settore della ristorazione in Sardegna c’è ma non si trovano persone. Per assumere un cuoco possono servire anche 5 mesi. I candidati latitano. Sono dati che fanno riflettere e pensare a quali possano essere le soluzioni per cambiare rotta. È l’obiettivo della FIPE Sardegna, secondo la quale non è solo la questione degli stipendi che causa una situazione come questa. E se è vero che ci sono difficoltà a reperire le risorse umane in vari settori, è altrettanto vero che quello della ristorazione e del turismo soffre ancora di più.
Cause generali
Per la Federazione Italiana dei Pubblici Esercizi si tratta, quindi, di un problema strutturale, nel quale si intrecciano demografia, formazione, orientamento scolastico, disponibilità di competenze e un diverso rapporto delle persone con il lavoro. La FIPE rintraccia la crisi delle vocazioni in vari fattori come il calo demografico e il trasferimento all’estero di una parte dei giovani che riducono il numero di persone disponibili a entrare nel mercato del lavoro. Ristoranti e bar cercano collaboratori in un bacino più ristretto, conteso anche dagli altri settori.
Organizzazione del lavoro e stipendi
Ovviamente i problemi della ristorazione sono anche altri come turni spezzati, turni serali, lavoro nei fine settimana e durante le festività, stagionalità e difficoltà nel conciliare vita privata e professionale. È in questi ambiti che l’associazione ritiene necessario intervenire. Quindi il problema non è solo legato alle retribuzioni solitamente considerate poco interessanti per chi cerca un lavoro.
FIPE richiama il Contratto collettivo nazionale dei Pubblici Esercizi, sottoscritto con Filcams, Fisascat e Uiltucs. Dal primo giugno 2026 il minimo contrattuale è pari a 1.693 euro lordi mensili per il quarto livello e 1.390 euro per il settimo livello.
Un dato che, sottolinea l’associazione, deve essere letto insieme alla struttura dell’occupazione: il 59% dei dipendenti del settore lavora part-time, mentre il 60,5% ha un contratto a tempo indeterminato. Una retribuzione mensile relativa a un rapporto a tempo parziale non può dunque essere confrontata direttamente con i minimi previsti per un tempo pieno.
Poi, però, ci sono le imprese che non rispettano il contratto. E non sono poche quelle che sfruttano i dipendenti con retribuzioni inferiori al previsto e ore lavorate in più non pagate. Per FIPE bisogna intervenire per evitare che poi queste condizioni allontanino i giovani dal settore. Occorre costruire il confronto con le rappresentanze dei lavoratori con formazione professionale, orientamento nelle scuole, welfare contrattuale, organizzazione del lavoro e riduzione del cuneo fiscale.
La situazione in Sardegna
I numeri mostrano però quanto sia diventato difficile per le imprese reperire personale. Nel 2025 una ricerca su due nella ristorazione è risultata problematica e per alcune professionalità i tempi di selezione si sono allungati fino a diversi mesi.
In Sardegna il settore conta 4.801 imprese con dipendenti, con una media di 5,6 addetti per azienda. Nella ristorazione sarda, caratterizzata soprattutto da piccole imprese, il titolare lavora frequentemente accanto ai propri collaboratori, affrontando a sua volta turni, weekend e festività, insieme alle responsabilità economiche legate all’attività e all’occupazione che genera.
“Non crediamo che lavoratori e imprenditori debbano essere messi gli uni contro gli altri. Le migliaia di imprese che rispettano i contratti, pagano regolarmente stipendi, contributi, tasse e fornitori e continuano a creare occupazione meritano attenzione quanto le persone che ci lavorano. La ristorazione funziona soltanto se si fa squadra. La sfida è rendere il lavoro più attrattivo e sostenibile e, nello stesso tempo, mettere le imprese nelle condizioni di continuare a creare occupazione. È su questo che vogliamo confrontarci con le organizzazioni sindacali”.




























