Saviano aveva ragione
Di Anthony Muroni
Esiste una geografia del crimine, fatta di rotte marittime e snodi terrestri, che riscrive la mappa delle opportunità e delle minacce.
In questa cartografia mobile e spietata, la Sardegna non è più solo un’isola al centro del Mediterraneo, ma un terminale logistico, un “hub”, come si dice oggi con fredda terminologia manageriale, al servizio di traffici imponenti.
L’operazione “Termine”, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Cagliari, non è solo una brillante pagina di cronaca giudiziaria. È la rivelazione cruda di una realtà che per troppo tempo abbiamo faticato a guardare in faccia.
I numeri dell’operazione sono eloquenti e disegnano i contorni di un’organizzazione matura e complessa: 71 provvedimenti restrittivi, 50 dei quali in carcere. Sequestri per 35 chili di cocaina, ma anche pistole, kalashnikov e persino un ordigno, che si aggiungono agli 88 chili di cocaina e 7 di eroina già intercettati durante gli oltre due anni di indagini.
Le investigazioni hanno svelato l’esistenza di due associazioni criminali radicate sull’isola, strettamente connesse ad ambienti della criminalità albanese operanti in Toscana e Veneto. Una struttura verticistica per il reperimento della droga, e una “strumentale”, composta da camionisti professionisti che, attraverso doppi fondi e sistemi meccanici sofisticati, garantivano il trasporto sicuro della merce.
Questa non è la storia di piccoli spacciatori, ma di un sistema che salda manovalanza locale a reti internazionali, che utilizza la logistica dell’autotrasporto come un cavallo di Troia e che, secondo le ipotesi degli inquirenti, non esita a macchiarsi di reati gravissimi come omicidi e sequestri di persona, come quello avvenuto a Sant’Anna Arresi nell’aprile del 2023.
La Sardegna, ha dichiarato il capo della Procura Rodolfo Sabelli, «è collegata al narcotraffico internazionale ed è in prima fila». Un’affermazione che pesa come un macigno e che ci obbliga a una riflessione più profonda.
La scorsa primavera, all’indomani dell’assalto a un furgone portavalori sull’Aurelia attribuito a una banda di sardi, le parole di Roberto Saviano suscitarono reazioni stizzite, quasi un riflesso condizionato di un orgoglio ferito.
Eppure, rilette oggi, quelle analisi appaiono profetiche. Saviano aveva tracciato una distinzione sociologica acuta: «I sardi producono criminali, ma non producono mafia».
Descriveva una criminalità che mal sopporta le gerarchie stabili, ma che eccelle nella dimensione operativa, militare. E soprattutto, indicava la Sardegna come piattaforma logistica, come «una sorta di grande magazzino» per la cocaina destinata anche alle coste francesi e catalane.
Le dinamiche emerse dall’operazione “Termine” confermano questo schema in modo impressionante: i camionisti-corrieri, i doppi fondi, la connessione tra l’isola e il continente. Il denaro sporco, come spiegava Saviano, viene poi reimmesso nell’economia legale attraverso compravendite immobiliari, fatturazioni false tramite attività commerciali come i bar, o investimenti in beni di lusso.
Si chiude così un cerchio che avvelena il tessuto economico e sociale, partendo dalla droga e arrivando a inquinare il mercato. Non si tratta di accettare una narrazione stereotipata, ma di riconoscere la lucidità di un’analisi che la cronaca, purtroppo, continua a validare.
È forse giunto il momento di superare quel malinteso senso di difesa identitaria che scatta ogni volta che una voce esterna punta il dito sulle nostre fragilità.
La questione non è “difendere la Sardegna”, ma capire come salvarla da una deriva che la trasforma in una pedina strategica sullo scacchiere del crimine organizzato. La geografia, per un’isola, è destino. Ma questo destino non deve essere necessariamente quello di un’autostrada del mare per il malaffare.
Le organizzazioni criminali non guardano alla carta d’identità dei loro affiliati, ma alla loro funzionalità e alla posizione strategica dei territori. La saldatura tra una certa tradizione criminale locale, storicamente legata al banditismo e ai sequestri, e le nuove, fluide dinamiche del narcotraffico globale, ha creato un mostro ibrido.
Un’entità che sfrutta la modernità della logistica e la globalizzazione dei mercati illeciti, mantenendo però radici profonde in alcune aree dell’isola. Ignorare questa metamorfosi significa condannarsi all’irrilevanza.
Aprire gli occhi è il primo, doloroso passo. Ma non basta. Se la Sardegna è un hub logistico, la risposta dello Stato e della società civile deve essere altrettanto strategica e mirata. Servono azioni concrete, non solo repressione.
Si possono immaginare tre direttrici fondamentali: intelligence e controllo del territorio, potenziando in modo massiccio l’attività investigativa sui flussi logistici, con un focus specifico su porti, aeroporti e settore dell’autotrasporto. La tecnologia offre strumenti avanzati per monitorare e prevenire.
Poi il contrasto al riciclaggio: rafforzare i controlli sulla tracciabilità del contante e sui meccanismi di fatturazione, specialmente nei settori più a rischio come l’immobiliare e la ristorazione. È lì che il crimine si fa economia, ed è lì che va colpito.
Poi quello a cui io tengo di più: il piano sociale ed educativo. Investire in formazione, lavoro e presidi culturali nei territori più vulnerabili, dove la criminalità trova più facilmente manovalanza. L’assenza di alternative è il miglior fertilizzante per le carriere criminali.
L’operazione “Termine” ha squarciato un velo. Ora spetta a noi decidere se richiuderlo in fretta, per tornare a cullarci nell’illusione di un’isola felice, o se tenerlo aperto per guardare l’abisso e trovare, insieme, la forza di costruire un ponte verso un futuro diverso.





